mi piace pensare che tutto possa rifarsi al DESIGN.

Intervista a Antonio Facco

A cura di: Ginevra Corso, Nicola Brucoli, Carlo Settimio Battisti

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Definire il design sembra un compito sempre più arduo. Ci sono confini in questa disciplina? Che cosa riguarda il design e cosa no?

Definire oggi che cosa sia il design effettivamente è sempre un compito più complesso perché come evolve il mercato, è innegabile che evolva anche l’attività. Per qualsiasi creativo è sempre più difficile definire gli ambiti di azione o perlomeno riuscire a descriverli efficacemente in una proposizione semplice.
Questo è un grande stimolo che ci obbliga a fuggire dai binari tradizionali a volte un po’ letargici di alcuni mercati. Credo fortemente nella trasversalità e nella multidisciplinarietà, così come credo che oggi per creare un prodotto nel senso lato del termine sia fondamentale immaginare e progettare lo scenario e il sistema in cui esso andrà a vivere. I confini di oggi potrebbero essere definiti dalle capacità critiche e dalle capacità innovative intrinseche nella parola Design. In questo senso mi piace pensare, forse in maniera egoistica o forse estremamente democratica, che tutto possa rifarsi al Design.

Viviamo in un momento in cui lo spazio vissuto è in continua evoluzione. Come si concepisce un complemento d’arredo nel 2020? Di solito studi un luogo e concepisci la risposta o porti il tuo background, il tuo stile in quello spazio?

In generale per me è fondamentale mettere sempre l’uomo e il suo punto di vista al centro per determinare una nuova idea. Più precisamente sono interessato ad analizzare come i punti di vista cambino nel tempo per definire nuove prospettive interessanti ed originali al contesto socio culturale ed economico. Considero comunque naturale evidenziare due scenari.
Disegnare complementi di arredo per la collezione di un’azienda o disegnare complementi d’arredo dedicati in relazione ad un progetto di interior. Nel primo caso risulta determinante osservare il DNA culturale e le capacità produttive-commerciali dell’azienda poiché essa stessa dovrebbe essere promotrice di innovazione e qualità, attenta a tematiche di sostenibilità culturale e ambientale. Nel secondo scenario progettuale l’approccio risulta sicuramente più diretto. Questo atteggiamento di analisi in relazione al mio background tradotto in strategia, criticità ed efficacia può risultare così definito estremamente razionale. Non lo sono davvero poiché tutto questo avviene con la necessità di comunicare “un mio senso”, un mio immaginario ed una mia estetica. Questi non sono altro che parametri istintivi ed ingredienti fondamentali per completare una sintesi sapendo emozionare.

Design è materia, contatto, sguardi e concretezza, ma quello digitale sembra ormai un mondo da cui il designer non può svincolarsi. Com’è cambiato e come cambierà il design in funzione del digitale? Quanto influisce sulla tua progettazione? 

Ho ventotto anni e la mia generazione è cresciuta a cavallo “del grande cambiamento” che il digitale ha portato. Io giocavo nei parchi e ora i bambini giocano sui tablet. Questa può essere l’immagine che può rappresentare, anche se forzatamente, il rapporto tra il design concreto, fatto di materia, di contatto, di sguardi e dialoghi e il design sempre più influenzato dal digitale. Negare e contrapporsi al digitale può essere un atteggiamento sbagliato e paradossalmente innaturale.
In questo momento il potenziale strepitoso e pericoloso del digitale ha ancora la possibilità di essere compreso e digerito dalle persone. Per questo motivo tendiamo in questi anni a farci tante domande e a volte a spaventarci. In ottica capitalistica vedo un consumo più pericoloso da tanti punti di vista, ma al tempo stesso credo che gli aspetti più preoccupanti possano essere in qualche modo corretti e contrastati da una buona informazione, critica verso se stessa. Se il digitale tendesse ad una democratizzazione verso un sistema di mercato “Open”, le potenzialità relative al design e alla progettazione possono essere infinite. La grande responsabilità è nelle mani delle aziende. Riflettendo su questo concetto mi preoccupa il caos produttivo e professionale ma ritengo sia ancora presto per capire se l’estetica e la funzionalità potrà essere mai riassunta da un’intelligenza artificiale.

Quando si parla di creatività si sente forte il contrasto tra generazioni. Come si supera questa criticità e cosa possono portare visioni giovani alla produzione creativa?

Dipende con chi si lavora, certo. Tuttavia le difficoltà che sento nel lavorare con generazioni precedenti alla mia forse arriverà a un punto di forte transizione quando si affronteranno tematiche maggiormente influenzate dal digitale. Oltre a questo, è fondamentale e stimolante lavorare con generazioni precedenti e future allo stesso tempo.
Per “fare bene” bisogna conoscere e dialogare con quello che c’era prima, sapendolo rispettare e comprendere. Questo non significa apprezzare per forza. La creatività giovane ha mediamente più energia e freschezza, ma le idee non bastano. I giovani devono essere bravi a trovare le chiavi per aprire e connettere generazioni passate a delle proposte più contemporanee senza scaricare la responsabilità di un’ipotetica impossibilità di dialogo.