mi piace immaginare visivamente i miei BRANI.

Intervista a Giacomo Mazzucato

A cura di: Ginevra Corso, Nicola Brucoli, Carlo Settimio Battisti

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Sei veneziano. La scelta del tuo nome d’arte è lampante. Cosa preservi dell’Italia per la tua produzione artistica? Possiamo rintracciare Venezia nel tuo immaginario?

Credo di essere stato ispirato, anche inconsapevolmente, da molti elementi della cultura italiana e del mio luogo d’origine. Musicalmente parlando, le mie influenze spaziano dal canto gregoriano alle avanguardie del Futurismo, fino ad arrivare alla prima musica elettronica.
Un viaggio complesso e ricco, attraverso il tempo, i generi, le ispirazioni,una fusione unica dettata da un patrimonio culturale musicale altrettanto unico. Riguardo la mia città d’origine, non posso non pensare a Nono, Berio, Maderna: tutti compositori legati in qualche modo a Venezia. La città in cui sono nato mi ha sicuramente influenzato sotto il punto di vista artistico, e credo sia importante anche il concetto del contatto con l’acqua, un elemento caratterizzante e catartico. L’acqua è dimensione intima, bellezza malinconica: una cifra che si può percepire in quel che cerco di far arrivare. Sono tutti elementi differenti e complementari, che riconosco come miei.

Un suono pulito, trasparente come vetro, vibrante eppure liquido e avvolgente. Un momento di meditazione e uno stravolgimento, come una marea. La tua musica è quasi un viaggio liquido ed interiore. Parliamo di viaggio primitivo originario, rivelatorio? O di un viaggio nel futuro?

Parliamo in generale di viaggio interiore. Mi piace immaginare visivamente i miei brani, a volte semplicemente come degli ambienti, a volte come vere e proprie narrazioni.
Vorrei sperare che chi mi ascolti possa arrivare a fare lo stesso, creando una sorta di narrazione personale ispirata dalla mia musica, un racconto da condividere e in cui essere immersi in un unico momento musicale. Spesso immagino questo momento come un futuro vicino, distopico e nostalgico in cui cerco di fondere suoni provenienti da mondi diversi. Futuro quindi, almeno a livello sonoro, ma legato ad elementi primitivi, sempre presenti.

Analogico e digitale. Classico e contemporaneo. Quanto la mescolanza di tradizione e innovazione influenzano la
composizione musicale di oggi?

A livello pratico, per i miei lavori, uso un set-up principalmente digitale, per ovvi motivi di comodità e velocità. Mi piace molto però colorare i suoni con macchine analogiche, mixer, nastro, processori di segnale, effetti. Credo che questo sia un procedimento che possa aiutare a conferire carattere al suono, ad affidargli un’anima, un qualcosa di “umano”.
Sono molto aperto da questo punto di vista e mi piace molto sperimentare. Per quanto riguarda l’ibridazione tra tradizione a livello ed innovazione a livello compositivo invece vado un po’ più cauto. Credo che alcuni generi siano semplicemente incompatibili. Per esempio, raramente ho sentito unire musica classica ed elettronica in maniera sensata, proficua. Ritengo però fondamentale lo studio e la conoscenza della tradizione per abbatterne i dogmi e progredire verso il futuro.

Sei sound designer nel mondo della comunicazione e un musicista nel mondo dell’arte. Spiegaci questo sottile confine tra designer e artista nel mondo della musica?

Partendo dal presupposto che si tratta pur sempre di comunicare qualcosa, direi che la differenza principale sta nel lavorare su committenza. Non si parte da carta bianca ma sempre da un’idea precisa, un concetto, un mood.
La musica in questo caso deve veicolare il messaggio e rafforzare l’estetica, è al servizio del prodotto. E un ambito che per certi versi è più semplice, per altri più difficile, con molti punti in comune con le colonne sonore, dove oltre alla pura estetica bisogna considerare anche la sua funzione, il target, la psicologia dei personaggi, le coordinate spazio/temporali.